San Martino, le parole di don Rosario 

MACERATA CAMPANIA. Don Rosario Ventriglia mette in evidenza le peculiarità di San Martino in occasione dell’attesa ricorrenza.

“Come nostro Patrono, Martino è una presenza attiva, che presiede nella vita della nostra comunità e del nostro paese, per custodirci nel pensiero e nell’amore di Gesù, nostro unico Maestro. Tra il Cielo e la terra c’è un ponte: i santi possono venire a fare il bene sulla terra.
Martino nacque nel 316 da genitori pagani a Sabaria, in Pannonia – l’attuale Ungheria -, una città di guarnigione della frontiera dell’Impero d’Occidente, sul limite della pianura ungherese, ai confini tra Ungheria e Austria.
Suo padre aveva lasciato la Pannonia, per stabilirsi a Ticinum, l’attuale Pavia. Qui infatti aveva ricevuto, come ricompensa per il servizio prestato all’impero in qualità di tribuno, una magnifica fattoria. Ora gli schiavi coltivavano quella fertile terra e gli assicuravano un reddito non indifferente e la sua unica preoccupazione era di provvedere un futuro sicuro al figlio Martino, ragazzo molto sveglio, che sicuramente si sarebbe fatto onore nella carriera militare. Non per nulla l’aveva chiamato Martino, piccolo Marte, dio della guerra.
Secondo Sulpicio Severo, discepolo e contemporaneo del santo, “all’età di dieci anni Martino, contro il volere dei genitori, cercò rifugio in chiesa e domandò di divenire catecumeno”. Fu così che Martino conobbe un ambiente molto diverso da quello in cui era vissuto fino a quel momento. I rapporti tra le persone non erano tra padrone e servi: erano cristiani. Volle imitarli e divenne catecumeno, cioè candidato al battesimo, assumendo l’impegno di vivere il Vangelo. Al ritorno a casa fu bene accolto, perché il padre considerò quella fuga una semplice stravaganza adolescenziale che ben presto la disciplina militare avrebbe cancellato dalla memoria.
Anche se a malincuore, a quindici anni, pressato dal padre e dalle leggi imperiali che obbligavano “i figli dei veterani militari” ad arruolarsi, entrò nell’esercito e venne assegnato al corpo di guardia dell’imperatore e mandato a Raims e poi ad Amiens. Vestì l’armatura di metallo, l’elmo a cresta, ricevette la spada e la lancia e fu ricoperto con una stupenda clamide bianca tutta foderata all’interno da una candida lana di pecora. Gli fu anche assegnato un attendente: una schiavo al suo completo servizio. Ad Amiens, mentre faceva la ronda, s’imbatté con un povero intirizzito da freddo:

Un giorno in cui non aveva con sé proprio niente all’infuori delle armi e dei soli indumenti della divisa militare, nel cuore d’un inverno che era più rigido del solito, al punto che il rigore del gelo spegneva le vite di molti, s’imbatté, alla porta di Amiens, in un povero ignudo. Poiché questi implorava la compassione dei passanti e tutti, evitando lo sventurato, proseguivano oltre… Che fare? Non aveva niente all’infuori della clamide che indossava, poiché il resto l’aveva dato in un’analoga opera di carità.
Così, afferrata prontamente la spada di cui era cinto, divise la clamide a metà: una parte la donò al povero e la rimanente se la rimise indosso.

Sulpicio Severo racconta che quella stessa notte Gesù gli apparve rivestito del mezzo mantello donato al povero.
Finalmente durante la veglia pasquale del 339, all’età di 22 anni ricevette il battesimo, pur restando ancora nell’esercito per molti anni. L’occasione per abbandonare la vita militare gli fu offerta quando la sua legione stava per battersi contro le truppe dei Franchi. Il giorno antecedente lo scontro i legionari vennero radunati per ricevere la gratifica pecuniaria [un premio in denaro] e per essere debitamente istruiti. Martino non si presentò a ricevere il denaro, segno chiaro che non voleva combattere. Furioso, il generale lo tacciò di viltà, ma Martino si limitò a rispondere che l’indomani egli si sarebbe posto solo e senza armi davanti alle linee, protetto solo dal segno della croce. Fu preso in parola: dopo una notte passata in catene e sotto buona guardia, fu inviato solo davanti all’armata, ma, in quello stesso momento, i barbari mandavano emissari per chiedere la pace e per arrendersi. Perciò ebbe il congedo e riuscì a lasciare l’esercito.
Dopo il concedo, si mise al seguito del vescovo Ilario di Poitiers, per completare la sua formazione sotto la sua guida sapiente. Con la benedizione del vescovo, tornò a far visita ai suoi vecchi genitori nella speranza di comunicare loro la sua fede. La madre condivise la sua felicità e si fece battezzare; il padre invece, pur rispettando la sua scelta, non riuscì a convincersi di aver creduto per tutta la vita a una religione falsa.
Nel 371 arrivò un gruppetto di cristiani che lo supplicarono di andare a visitare una signora che stava morendo in un casolare di campagna. Martino li seguì con sollecitudine, ma lungo la strada sbucarono dai cespugli uomini armati che gli intimarono di seguirli, spiegando che erano stati mandati dalla comunità cristiana di Tours, che essendo senza vescovo, l’aveva scelto come suo pastore.
Il 4 luglio 371 Martino venne eletto vescovo di Tours, per volontà popolare e nonostante l’opposizione di altri vescovi; essi non gradivano un collega dal portamento così dimesso e incolto. In realtà non era l’apparenza esterna di Martino, ma il suo stile di vita che dava loro un po’ di fastidio, perché costituiva un tacito rimprovero alla loro condotta. Fu acclamato vescovo dal popolo all’età di 54 anni. Con una salute di ferro, si pose subito al lavoro: sarà un vescovo missionario. Egli inaugurò tra i vescovi la prassi, rimasta viva ancora oggi, delle visite pastorali. Venne chiamato “apostolo delle campagne”. Una cosa Martino non accettava: l’ingiustizia, l’oppressione, soprattutto quella esercitata per motivi politici, anche se rivestita di apparente religiosità. Riteneva suo dovere di vescovo difendere i più deboli.
Martino presagì molto tempo prima la sua morte e disse ai fratelli che la dissoluzione del suo corpo era ormai imminente. Ecco come Sulpicio Severo racconta alla suocera Bassula la morte di Martino:


Martino previde molto tempo prima il giorno della sua morte. Avvertì quindi i fratelli che presto avrebbe cessato di vivere. Nel frattempo un caso di particolare gravità lo chiamò a visitare la diocesi di Candes. I chierici di quella chiesa non andavano d’accordo tra loro e Martino, ben sapendo che ben poco gli restava da vivere, desiderando di ristabilire la pace, non ricusò di mettersi in viaggio per una così nobile causa. Pensava infatti che se fosse riuscito a rimettere l’armonia in quella chiesa avrebbe degnamente coronato la sua vita tutta orientata sulla via del bene.
Si trattenne quindi per qualche tempo in quel villaggio o chiesa dove si era recato finché la pace non fu ristabilita. Ma quando già pensava di far ritorno al monastero, sentì improvvisamente che le forze del corpo lo abbandonavano. Chiamati perciò a sé i fratelli, li avvertì della morte ormai imminente. Tutti si rattristarono allora grandemente, e tra le lacrime, come se fosse uno solo a parlare, dicevano: “Perché, o padre, ci abbandoni? A chi ci lasci, desolati come siamo? Lupi rapaci assaliranno il tuo gregge e chi ci difenderà dai loro morsi, una volta colpito il pastore? Sappiamo bene che tu desideri di essere con Cristo; ma il tuo premio è al sicuro. Se sarà rimandato non diminuirà. Muoviti piuttosto a compassione di coloro che lasci quaggiù”.
Commosso da queste lacrime, egli che, ricco dello spirito di Dio, si muoveva sempre facilmente a compassione, si associò al loro pianto e, rivolgendosi al Signore, così parlò dinanzi a quelli che piangevano: Signore, se sono ancora necessario al tuo popolo, non ricuso la fatica: sia fatta la tua volontà. O uomo grande oltre ogni dire, invitto nella fatica, invincibile di fronte alla morte! Egli non fece alcuna scelta per sé. Non ebbe paura di morire e non si rifiutò di vivere. Intanto sempre rivolto con gli occhi e con le mani al cielo, non rallentava l’intensità della sua preghiera. I sacerdoti che erano accorsi intorno a lui, lo pregavano di sollevare un poco il suo corpo mettendosi di fianco. Egli però rispose: Lasciate, fratelli, lasciate che io guardi il cielo, piuttosto che la terra, perché il mio spirito, che sta per salire al Signore, si trovi già sul retto cammino. Detto questo si accorse che il diavolo gli stava vicino. Gli disse allora: Che fai qui, bestia sanguinaria? Non troverai nulla in me, sciagurato! Il seno di Abramo mi accoglie. Nel dire queste parole rese la sua anima a Dio.
Martino sale felicemente verso Abramo. Martino povero e umile entra ricco in paradiso.

Martino morì l’8 novembre 397, dopo 26 anni di episcopato, a 81 anni.
La liturgia lo commemora l’11 novembre, nell’anniversario della sua inumazione. Così, la festa principale è quella dell’11 novembre, celebrata da secoli. La gioia popolare caratterizzava questo giorno, e si beveva il vino nuovo detto “vino di San Martino, anche perché “a San Martino ogni fusto è vino”.
Martino fu il primo cristiano non martire a ricevere gli onori degli altari nella Chiesa d’Occidente. Con al sua testimonianza indica a tutti la vocazione propria di ogni battezzato: vocazione a quella “misura alta” della vita cristiana ordinaria che si esprime nella via dell’amore: «Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione» (1 Ts 4,3). “Per noi la volontà di Dio non consiste che in due cose: nell’amore di Dio e nell’amore del prossimo. Qui devono convergere tutti i nostri sforzi”. “È un impegno che non riguarda solo alcuni cristiani: “Tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità”. Questa è la prima idea forza che ci viene dalla vita di san Martino.
La “logica del dare” che emerge dal celeberrimo episodio del mantello condiviso con il povero di Amiens, attraverso il carisma di Chiara Lubich, una grande mistica cattolica del nostro tempo, apre un nuovo orizzonte nel mondo del lavoro: L’Economia di Comunione. Il pensiero chiave della sua proposta è che ci vuole una economia nuova. Chiara propone uno schema di condivisione degli utili dell’impresa. Una parte va per l’impresa stessa, per “raggiungere lo scopo per cui essa è sorta. Una parte da investire per la formazione della ‘cultura del dare’. Quel dare che noi abbiamo imparato dal vangelo, come Martino, e che significa amare, amare tutti, non solo i bisognosi per i quali si opera, ma anche i dipendenti, i concorrenti, i fornitori, i clienti”. La terza parte è da investire per formare ‘uomini nuovi’, uomini rinnovati dalla Sapienza del Vangelo. Questa è la seconda idea forza che noi vogliamo condividere con ‘l’agriturismo di San Martino’, il giorno 11 novembre, festa di Martino, nostro Patrono”.




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