Strage di Acerra, la paura dei tanti e il coraggio di un uomo di fede

SAN FELICE A CANCELLO. Era un primo maggio caldo quello del 1992. Troppo caldo e purtroppo non solo per le temperature. L’aria di festa primaverile venne squarciata nel giro di dodici ore da due fatti di sangue. Uno collegato all’altro, in una faida che macchiò di sangue la festa dei lavoratori nella striscia di asfalto che separa San Felice a Cancello da Acerra.

 

A quell’epoca via Pietrabianca ad Acerra era tanta campagna e poco asfalto. Una strada che da quella maledetta sera diventerà per sempre simbolo di una delle più efferate stragi di camorra della Valle di Suessola. Quando i killer piombarono nel civico 6, dove viveva la famiglia Crimaldi, i vicini di casa erano distratti dalla cena del giorno di festa e dalla visione del programma “Serata d’onore”. In quei drammatici istanti perderanno la vita per mano dei killer quattro persone, tra le quali anche un quindicenne ed una giovane in dolce attesa.

 

 


Al risveglio gli investigatori faranno i conti con una città sotto choc, ma ancora con tanta omertà e poca voglia di parlare. Una sorta di coprifuoco spontaneo, che fece calare una nube di paura nelle due comunità. Tra i pochi a squarciare quel velo fu monsignor Antonio Riboldi, attualmente vescovo emerito di Acerra. Don Riboldi, indispettito per i funerali separati delle vittime, parlò di “Stato inerme” e si scagliò contro i politici: “E’ come se avessero ammazzato un po’ di noi stessi. Ne ho viste tante in vita mia, ma stavolta ho pianto. Dico ai giovani: non dimenticate questa strage degli innocenti”.

Monsignor Riboldi
Monsignor Riboldi



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