La fuga da film di Cutolo, un pentito svela tutto





AVERSA. È una storia lunga quella che raccontano gli ex camorristi passati a collaborare con la giustizia. Negli atti dell’inchiesta sul presunto patto tra imprenditori e camorra per il Pip di Marano ci sono anche le dichiarazioni di pentiti che tirano in ballo Luigi Cesaro. L’ex presidente della Provincia non è tra i destinatari della misura cautelare eseguita oggi dal Ros, e già in passato era finito sotto inchiesta in un diverso filone su rapporti tra criminalità e politica e la sua posizione era stata archiviata su richiesta dei pm. Ora il suo nome torna nelle carte dell’indagine che ha portato all’arresto dei suoi fratelli Raffaele e Aniello.

Il pentito Tammaro Diana, ex della mala casalese, ha raccontato agli inquirenti, a marzo di un anno fa, di aver saputo da un affiliato ai Polverino con il quale aveva condiviso un periodo di detenzione che “i tre fratelli Cesaro strinsero un accordo con i Polverino che prevedeva la realizzazione dell’area Pip in Marano commissionata ai Cesaro. L’accordo – ha spiegato – consisteva nella disponibilità da parte dei Cesaro a far realizzare i lavori da parte di ditte vicine al clan Polverino e ai Mallardo di Giugliano…. Era proprio Montalto che si recava negli uffici del presidente della Provincia Luigi Cesaro in Sant’Antimo, nei pressi del centro sportivo, ove riscuoteva i soldi per la fornitura e la somma da corrispondere al clan. Montalto maggiorava le fatture per poter riscuotere la somma destinata al clan, così mascherando le tangenti che i Cesaro pagavano ai Polverino”.

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“Mi raccontava sempre Moltalto – ha aggiunto il pentito – che Luigi Cesaro aveva rapporti con il clan sin dai tempi di Cutolo”. A citare Cutolo c’è anche il pentito Ferdinando Puca che di recente ha intrapreso la strada della collaborazione. Ripercorrendo la storia della mala dai tempi della Nco, Puca ha sostenuto che “negli anni ’80 figura apicale del clan di Sant’Antimo era ‘o Giappone affiliato alla Nco che aveva rapporti con il padre dei Cesaro che si era adoperato per far scappare Raffaele Cutolo dal manicomio di Aversa. Dopo la morte del Giappone prese il suo posto come rilievo criminale Puca Pasquale che nel frattempo strinse rapporti o meglio li continuò con i figli del citato Cesaro” e ripercorrendo presunti rapporti d’affari ha dichiarato che “i Cesaro sono di fatto e da sempre prestanomi del clan Puca e grazie al clan Puca hanno utilizzato lo stesso schema anche con altri clan nei territorio nei quali hanno fatto grossi investimenti…. Non c’è nessun grosso investimento imprenditoriale che possa essere fatto al di fuori del clan camorristico della zona”.

“Le alternative – ha spiegato – sono due: o entri in società con il clan della zona o paghi importi estorsivi di rilievo rischiando problemi sul territorio. Nella maggior parte dei casi, soprattutto se il clan è forte economicamente, entrano in società anche se questa modalità non esclude il pagamento dell’estorsione, ovviamente di più basso importo che in gergo si chiama “regalo” per gli affiliati. A Sant’Antimo ogni iniziativa imprenditoriale era fatta in accordo tra i Cesaro e i Puca se non ci fosse stato il pagamento di regali i clan sarebbero stati in difficoltà. Questo schema è utilizzato in tutti i clan”.

Le dichiarazioni dei pentiti sono al vaglio degli inquirenti. Contro queste accuse gli indagati potranno difendersi e replicare nelle successive fasi del procedimento.

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