Non c’è pace per un’azienda già data alle fiamme dai Muzzoni

Carinola. Non c’è pace per la Cleprin, la fabbrica di detersivi campana situata sulla statale Appia a Carinola degli imprenditori Antonio Picascia e Franco Beneduce, che in passato hanno più volte denunciato e fatto condannare gli estorsori del clan camorristico Esposito di Sessa Aurunca. Il Comune, guidato dal sindaco Antonio Russo, ha infatti emanato ordinanza di demolizione e di chiusura attività, ravvisando sul sito alcune violazioni urbanistiche, per le quali peraltro i due imprenditori avevano presentato regolare domanda di condono. Una storia quasi surreale visto che la Cleprin fu data alle fiamme nel 2015 dalla camorra, quando era ubicata nel comune di Sessa Aurunca, e riaperta dopo meno di due anni, nel marzo 2017, nel vicino comune di Carinola, salutata da associazioni antimafia e istituzioni come simbolo di rilancio e di riscatto dal potere mafioso.


La Cleprin, rinata dalle sue ceneri, fu inaugurata nel corso di una cerimonia cui presero parte amministratori e rappresentanti delle istituzioni, tra cui il vice-presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Luigi Gaetti (Movimento Cinque Stelle). Sembrava, dunque, che fosse finalmente partito il rilancio, anche perché nel frattempo i due imprenditori avevano trovato anche un socio, Pierluigi Iorio, imprenditore di Desenzano del Garda (Brescia), che ha occupato uno dei capannoni a fianco alla Cleprin per produrre stracci e spugne in microfibra. E invece i problemi erano solo all’inizio. Picascia e Beneduce hanno rilevato, nel settembre 2016, appena un anno dopo il rogo, l’area di Carinola con lo stabilimento dove sorge attualmente la Cleprin per 220 mila euro dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Acquisto fatto senza l’aiuto dello Stato, nonostante fossero vittime della camorra e senza licenziare alcuno dei 35 dipendenti. Lo stesso Tribunale diede allora facoltà ai due imprenditori di presentare domanda di condono per sanare le irregolarità presenti. Intanto il vecchio proprietario dell’area minacciò Picascia e Beneduce, e fu denunciato per estorsione; tra una settimana partirà il processo. “Ci chiese dei soldi – spiega Picascia – e ci disse a chiare lettere che, se non glieli avessimo dati, avrebbe reso quest’ area una cattedrale nel deserto. Cosa che sembra stia avvenendo”. Picascia ora non si dà pace. “Noi abbiamo acquisito l’area dal Tribunale meno di due anni fa, quando già c’erano delle irregolarità, abbiamo presentato richiesta di condono al Comune di Carinola, pensando si trattasse di una formalità, ed invece ci ritroviamo con un’ordinanza di demolizione




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