Ucciso dal clan: per il ministero fu lui a provocare la reazione

TEVEROLA. Fu ucciso nel 1995 dal clan dei Casalesi a Teverola per aver osato ribellarsi ai violenti abusi anche sessuali subiti dalla fidanzata ad opera di una donna che allora era l’amante del boss. Ma per il Ministero dell’Interno, la sua “ribellione” fu una vera e propria “provocazione” che armò la mano dei killer. E’ la tesi sostenuta dal Viminale nel ricorso – a firma dell’avvocato dello Stato Giuseppe Di Sirio – presentato contro la decisione del giudice civile di Napoli che il primo marzo scorso aveva riconosciuto come vittima innocente della camorra Genovese Pagliuca, ucciso nel 1995 dal clan dei Casalesi per punizione, perché si era opposto apertamente alla condotta di Angela Barra, amante del boss Francesco Bidognetti, riconosciuta anche da una sentenza di condanna come responsabile delle violenze subite dalla fidanzata di Pagliuca.


Il giudice aveva concesso un vitalizio anche ai genitori del giovane, rappresentati dall’avvocato Giovanni Zara. “E’ indiscusso – si legge nel ricorso – che, sebbene il deceduto Pagliuca Genovese fosse incensurato e non affiliato ad alcun sodalizio camorristico, l’omicidio del medesimo è maturato negli ambienti della criminalità organizzata essendo stato deciso dalla fazione bidognettiana del clan dei Casalesi a causa di un atteggiamento ‘provocatorio’ assunto dal medesimo Pagliuca nei confronti di Barra Angela, convivente e legata sentimentalmente al capo clan Francesco Bidognetti, responsabile del rapimento e della violenza sessuale ai danni della sua fidanzata, D’Auria Marianna”. Sorpresa e delusione per la sorella di Genovese, Giovanna Pagliuca: “Quasi non ci credo – dice – al Ministero si è perso totalmente il senso di umanità”. Nel ricorso contro la decisione del giudice partenopeo Vincenzo Pappalardo, il Viminale – dirigente responsabile è Antonella Buono – conferma dunque la sua posizione di chiusura verso il riconoscimento dello status di vittima a Pagliuca, basata sul dato formale della legge che richiede, ai fini della concessione, la “totale estraneità del soggetto leso ad ambienti e rapporti delinquenziali”. Da un’informativa dei carabinieri emergeva infatti che Genovese frequentava un esponente del clan che conosceva da quando ero piccolo, pur senza aver mai fatto parte della cosca, e ciò è bastato al Ministero per stabilire che Pagliuca non fosse totalmente estraneo al clan.

Di avviso contrario il giudice, per il quale Pagliuca fu “vittima innocente” della camorra Casalese perché ucciso per aver difeso la fidanzata dall’amore molesto di Angela Barra, così come riconosciuto dalla sentenza di condanna per mandanti e killer divenuta definitiva nel 2009. Pappalardo ha ritenuto non rilevante ai fini della concessione della status di vittima la frequentazione di Pagliuca con un esponente del clan, valutando più importante il suo tentativo di ribellarsi alla cosca per la grave ingiustizia subita dalla fidanzata; Pagliuca non denunciò il fatto alle autorità, ma per il giudice agì in modo legittimo, vista la “soffocante presenza della criminalità organizzata nel contesto sociale in cui il Pagliuca era inserito, che faceva apparire una denuncia potenzialmente inefficace o – per certi versi – addirittura controproducente, rispetto alla finalità di sottrarsi alla violenza dell’associazione mafiosa”.




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