Imprenditore ucciso dal clan, chieste 4 condanne

Casal di Principe/San Nicola/Santa Maria a Vico. Si è svolta ieri la requisitoria del processo per l’omicidio dell’imprenditore Vincenzo Feola: sono state chieste 4 condanne per coloro sono sotto processo col rito abbreviato. Il pubblico ministero della Direzione Distrettuale Antimafia ha invocato 30 anni per il boss Francesco Bidognetti, 14 anni per Ettore De Angelis, 10 anni ciascuno per i pentiti Nicola Panaro e Cipriano D’Alessandro. Gli due imputati, Misso e Cusano, hanno scelto invece il rito ordinario.

Gli indagati sono di Casal di Principe, San Cipriano d’Aversa, Caserta e Santa Maria a Vico, città quest’ultima dove è andato a vivere De Angelis, prima dell’arresto. Gli investigatori hanno anche ricostruito l’identità dei sicari grazie alle dichiarazioni proprio di uno dei due killer, Nicola Panaro, oggi collaboratore di giustizia; questi ha indicato come altro esecutore materiale Michele Iovine, ucciso nel 2008 a Casagiove nel periodo in cui era il referente dei Casalesi nella città di Caserta.

Più volte, negli anni, la Dda di Napoli aveva provato a risolvere il caso, salvo poi doversi sempre arrendere di fronte alla mancanza di elementi certi per poter incriminare mandanti ed esecutori. Due anni fa però Panaro, poco dopo essersi pentito, ha iniziato a raccontare del delitto, seguito poi da altri due ex esponenti di rilievo del clan capeggiato da Francesco Sandokan Schiavone, ovvero Cipriano D’Alessandro e Giuseppe Misso.


L’omicidio, è emerso, fu ordinato perché Feola aveva deciso di uscire dal Cedic, il Consorzio formato dall’aziende di calcestruzzo e creato da Antonio Bardellino e Carmine Schiavone, quest’ultimo cugino di Sandokan e primo pentito dei Casalesi (morto qualche anno fa), che in provincia di Caserta aveva il monopolio della fornitura del materiale per l’edilizia e gestiva tutti gli appalti edili. Feola aveva capito che poteva guadagnare di più attraverso una normale concorrenza, ovvero abbassando i prezzi di vendita del calcestruzzo e soprattutto non voleva più pagare la tangente sui lavori di costruzione del Centro Orafo Tarì di Marcianise che stava effettuando in quel periodo; credeva inoltre di poter ottenere l’appoggio del clan operante proprio a Marcianise, i Belforte.

Il Cedic teneva alti i prezzi di vendita del calcestruzzo, secondo le logiche dei cartelli produttivi, ma pagava poco le aziende consorziate, 2000 lire per ogni metro cubo di cemento distribuito. La decisione di Feola di uscire dal consorzio provocò dunque la reazione dei capi del clan dei Casalesi che diedero ordine di giustiziare l’imprenditore ribelle.

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