Agguati svelati e gialli, la stagione dei delitti ancora aperta

Maddaloni. Sono stati violenti quelli che la città di Maddaloni si è lasciata alle spalle. Anni nei quali la malavita è tornata prepotentemente a far sentire il suo peso anche col piombo. Fatti di sangue che non sempre sono stati immediatamente inquadrati nel loro contesto, ma che poi hanno delineato dinamiche e scenari di una criminalità affamata di denaro e tutta votata allo spaccio.

Le 338 pagine dell’ordinanza notificata lunedì dalla squadra mobile rappresentano un compendio formidabile per capire cosa è successo nell’ultimo decennio tra quelle palazzine popolari, abbandonate dalla politica, dove pusher e capi facevano affari d’oro con cocaina, crack e hashish. Nei meandri di quel via-vai di clienti alla ricerca della dose, si sono consumati due delitti, non contestati nel provvedimento ma che sono stati messi nella giusta luce solo dopo il pentimento di due figure chiave come Juri La Manna e Michele Lombardi e ripresi proprio durante l’attività investigativa che ha portato al blitz di lunedì.

Un giallo irrisolto

Proprio a loro potrebbe essere chiesto di svelare un altro omicidio che destò molto clamore e rimasto nell’ombra. A quasi dieci anni di distanza da quell’agguato, infatti, gli assassini di Vincenzo De Crescenzo non hanno nè un nome nè un volto. “Boxic” venne ammazzato la sera del 12 gennaio 2009 a Maddaloni mentre era alla guida della sua Audi con moglie e figlio di due anni che vennero risparmiati dai killer.

Si trattò di un’esecuzione in piena regola: 14 colpi di pistola, un’auto a far da vedetta e due moto che lo affiancarono. All’epoca si ipotizzò la regia della criminalità organizzata, in un contesto dove i D’Albenzio e i Farina si facevano ancora la guerra. Ora quei clan si sono liquefatti sotto il peso di arresti e pentimenti. I collaboratori di giustizia attuali e i ras protagonisti della stagione di violenza tra il 2015 e il 2016 erano “guaglioni” dei vecchi cartelli, ma potrebbero fornire elementi utili per inquadrare quell’assassinio efferato.

Vincenzo De Crescenzo, Daniele Panipucci, Francesco Correra
L’ultimo omicidio

L’ultima indagine parte proprio dall’assassinio di Daniele Panipucci, morto dopo una settimana di agonia in ospedale e per il quale è in corso un processo a carico di Antonio Esposito, Antonio Mastropietro e Domenico Senneca. Michele Lombardi ha svelato il movente dell’omicidio di Panipucci, rimasto ucciso nel corso di un contrasto col gruppo di Mastropietro, Senneca e Esposito per il riassetto della gestione dell’attività di spaccio dopo lo scarcerazione di “o’ Sapunaro”, principale referente dei Belforte a Maddaloni e in collegamento con i Senneca.

Panipucci aveva però cominciato ad agire in autonomia rispetto al gruppo rifornendosi con canali autonomi nel mercato più conveniente del Parco Verde per poi rivendere la droga a Maddaloni rompendo così il patto coi Belforte. Nove mesi prima di lui, un altro era caduto sotto i colpi dei killer, ma soltanto dopo si comprese lo scenario nel quale maturò il delitto.

I pentiti ribaltano l’omicidio di “Ciariello”

A raccontarne i retroscena di quel delitto è ancora Michele Lombardi: “o’ cecato” nell’interrogatorio del marzo 2016 racconta di via Feudo caduta sotto la gestione del crack e dell’eroina da parte del gruppo dei fanalini (la famiglia Gagliardi-Bernardi) dopo l’omicidio Francesco Correra “Ciariello”, addetto alla riscossione delle quote dello spaccio e assassinato nel settembre 2015 da Antonio e Alessandro Zampella, congiunti dell’Aniello Zampella arrestato dalla polizia nell’operazione.

“Il vero movente della morte di Ciariello non è quello emerso finora (lite per debiti, ndr). Correra pretendeva il pagamento di una parte dei proventi derivanti dalla vendita di droga direttamente dal gruppo di Fabio Romano, in virtù del fatto che Correra riteneva di essere il referente del gruppo camorristico su Maddaloni e che quindi rivendicava il pagamento di 300 euro alla settimana per garantire loro la prosecuzione dell’attività di spaccio in quella zona”.




Condividi