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Esce dal carcere dopo 9 anni e va dal sindaco: “Vi aiuterò”

MARCIANISE. Nel suo post quotidiano il sindaco Antonello Velardi ha raccontato la vicenda di un ex detenuto di Marcianise giunto in Comune per chiedere aiuto. Il primo cittadino ha raccontato il suo percorso di redenzione e la volontà di supportarlo.

Ecco il post: “Le nove del mattino, stamattina. La mattinata di questo mercoledì piovoso è dedicata al ricevimento dei cittadini, all’esame dei loro problemi. Nella mia stanza in Comune, a Marcianise, entrano due giovani, marito e moglie. Mi raccontano la loro storia, cercano aiuto. Hanno il volto pulito, hanno i segni della sofferenza ma si capisce che inseguono la speranza.

Lui è uscito di prigione poco più di un mese fa, ci era rimasto nove anni. Lei fa lavori saltuari, si arrangia. Lui è ben curato, si rigira tra le mani un borsello, parla senza particolari influenze dialettali, si rabbuia solo quando racconta particolari dolorosi. Ma sorride, spesso. Lei ci tiene ai dettagli, si capisce; non è elegante ma non è per nulla trasandata, si commuove solo quando guarda lui di sbieco. Entrambi sono dignitosi, più che dignitosi. Dovevamo parlare per pochi minuti, restiamo invece seduti insieme per mezz’ora; e il tempo vola, neanche me ne accorgo. Mi scopro interessato alla loro storia, ne sono colpito. Molto colpito.

Lui è finito in galera per spaccio di droga, aveva brutte compagnie. Mi racconta che finì a spacciare per comprare la droga per se stesso. Ha girato diversi penitenziari ma in questi nove anni ha fatto grandi passi in avanti: si è disintossicato – adesso non fuma più neanche una sigaretta – e ha svolto molta vita sociale all’interno del carcere; ha partecipato a spettacoli teatrali, ha fatto sport, è stato componente di una squadra del carcere in una specialità che neanche conosceva e che ora ama moltissimo, in cui riesce molto bene. La moglie non lo ha mai abbandonato in questi nove anni, è andato a trovarlo ogni settimana ovunque lui fosse. Lo ha aspettato a casa, lo ha aspettato con la certezza che avrebbe riabbracciato un uomo diverso da quel ragazzo che aveva sposato. Quando lui è finito in galera, lei aveva partorito da pochi mesi. Ha fatto crescere la figlia; ora sta finendo le elementari, a scuola è bravissima. La bambina non ha mai saputo che il padre era in carcere, sapeva che stava lavorando. E’ andata a trovarlo in prigione ogni settimana, con la mamma, quando l’età lo consentiva. Alla fine di ogni incontro lo salutava, gli augurava buon lavoro, lo abbracciava restando senza fiato. Era certa che il padre non tornasse a casa perché lavorava.


Ora che il papà è tornato, la bambina vuole stare sempre con lui. Lui sta facendo dei lavoretti, guadagna alla giornata: qualche volta è stato un paio di giorni fuori Marcianise, la figlia ha preteso a fine giornata una videochiamata per vederlo in volto, per farsi spiegare dove lavorava, e per sapere con certezza che il papà sarebbe presto ritornato a casa, nel letto con lei. Papà, mamma e figlia non hanno i soldi per avere una casa propria; abitano con la mamma di lui. Non hanno un’automobile perché l’assicurazione costa troppo. Tutti i (pochi) soldi che hanno sono riservati alla bambina, alle sue esigenze. Lei racconta che continua a controllare il marito, non perché ce ne sia bisogno ma perché le è rimasto dentro il grande timore che lui possa deviare dalla strada maestra. “Ma mio marito – aggiunge subito dopo, quasi a volersi scusare per quella sua paura che è irrazionale – non frequenta più nessuno. Non va al bar, non va da nessuna parte. Lo incito solo a fare sport, a correre. Così si scarica, ha la testa occupata, non sente il peso della sua condizione”. “Non ho neanche un amico – aggiunge lui -, ho solo un’amica ed è mia moglie”. Mi viene naturale dire a lui che in fondo in fondo è fortunato: ha una moglie innamoratissima, che vive per lui. “Sì, lo so. Nessuno ha una moglie come la mia”, mi risponde e accenna un sorriso che però nasconde un groppo alla gola. “Non lo lascerò mai, lo so che lui non mi deluderà. Non mi ha mai deluso in questi nove anni”, aggiunge lei.

Perché sono davanti a me? Perché sono venuti a parlare con il sindaco? Che cercano, che vogliono, questi due giovani che mi hanno catturato stamattina, qui in municipio? La domanda mi frulla per la testa; la risposta me la danno loro stessi quasi in tempo reale. Cercano aiuto; non cercano il posto di lavoro, cercano aiuto. Certo, vorrebbero poter lavorare in modo stabile (“Con una busta paga, così almeno ci fittano una casa”, dice lui), ma soprattutto vorrebbero essere aiutati ad essere giudicati senza pregiudizi. A lui non danno lavoro perché è un pregiudicato; chi può si irrigidisce quando ascolta la sua storia. “Abbiamo la dignità, vogliamo essere trattati per quello che siamo, persone dignitose”, dice lei. Si ferma un attimo, trova il coraggio per aggiungere un altro pensiero, l’ultimo: “Sindaco, non sapevamo dove andare, non sapevamo a chi chiedere. Ma ho capito che voi avete un cuore grande, che ci avreste ascoltato, e ci siamo messi in lista per essere ricevuti. Vi ho seguito, in campagna elettorale e dopo: siete una persona che ascolta, non prendete in giro la gente”.

E’ il complimento più grande che potessi ricevere. Un brivido mi sale lungo la schiena. Se ne vanno lasciandomi senza parole. Sono come sbandato, quando abbandonano la mia stanza. Lì per lì mi sento addosso tutto il peso dell’angoscia di quel racconto. Poi faccio uno strano pensiero; sì, un pensiero strano. Mi sento come fortunato, perché essere sindaco significa incrociare i problemi della gente ma significa anche arricchirsi. Non di soldi. Arricchirsi di sentimenti, vivere emozioni, capire e apprezzare il giusto valore delle cose. Quel marito e quella moglie mi hanno dato una grande lezione, hanno reso non vana la mia mattinata lì in Comune. Hanno dato un senso alla mia azione, al mio ruolo. Aiuterò questi due giovani. Ho promesso a me stesso che li aiuterò; nei limiti dei miei poteri ovviamente, ma li aiuterò. E prima che vadano via chiedo loro un favore: di tornare e di portarmi a conoscere la figlioletta. Immagino già questa bambina, nove anni appena ma già un gigante in questa situazione.

Ho riflettuto, ho riflettuto molto se scrivere; sì, mi sono detto alla fine, sì, voglio far conoscere questa storia. La voglio condividere con la mia gente, con chi crede – come me e come questi due giovani – in una società più giusta. Chissà che qualcuno possa dare una mano a loro; aiutando loro, dà una mano innanzitutto a me: un sindaco che sogna un mondo migliore”




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