Scommesse illegali, il nuovo business delle mafie

Il gioco d’azzardo, in Italia, non è una miniera d’oro solo per lo stato, ma anche per la criminalità. Nel 2014 la Consulta nazionale Antiusura stimava in 8,6 miliardi di euro il peso del sommerso criminale nel volume di gioco di Slot machine e VideoLottery. Questo fenomeno è particolarmente diffuso al Centro-Sud, dove le mafie distribuiscono i propri apparecchi, sostituendosi allo Stato e all’ADM (Agenzia delle Dogane e dei Monopoli). Oltre a slot e VLT, negli ultimi anni si è aggiunta una nuova fonte di guadagno molto redditizia per la criminalità: quella delle scommesse.

Il mercato in nero delle scommesse è un business che sta dilagando sempre più in Italia. Ma come è possibile giocare una scommessa illegale? È’ più semplice di quanto sembri. Quando si va in una ricevitoria e si dettano le partite su cui si desidera scommettere, ci sono dei computer speciali che registrano tale giocata e rilasciano una ricevuta. Per poter essere considerata legale, una scommessa deve presentare determinate caratteristiche nella suddetta ricevuta. Deve essere presente il nome dell’agenzia che l’ha erogata, l’identificazione del bookmaker, il logo dell’AAMS ed un codice di 20 cifre AAMS che collega la scommessa al totalizzatore nazionale. Senza questi quattro requisiti, la scommessa è da considerarsi illegale. L’assenza del codice a 20 cifre, in particolare, permette ai soldi di non essere tassati, dato che non vi è modo per lo Stato di sapere che la scommessa è stata erogata.
Si badi bene: questo non significa che la giocata sia illegale dappertutto, ma certamente non è legale in Italia. La differenza è sostanziale perché permette di far uscire i soldi dal nostro Paese e portarli in qualche stato straniero, solitamente fuori dall’Unione Europea. Il mercato illegale delle scommesse è vantaggioso sia per chi gioca, che per chi registra la scommessa. Il giocatore, infatti, può avvantaggiarsi con quote più alte del circuito legale, mentre l’esercente si ritrova dei soldi in nero, non tassati.

Vediamo di capire, ora, come avviene questo tipo di mercato. Anzitutto bisogna fare una premessa. Le agenzie da cui ci si reca per scommettere, sono tutte (o comunque la gran maggioranza), fornite di regolare autorizzazione. Semplicemente, all’interno di esse, oltre ai computer legali, ne hanno altri connessi a siti di scommesse con licenze di gioco ottenute in paradisi fiscali. Quando un giocatore detta la scommessa, l’esercente accede con il computer «pirata» al sito internet illegale. La giocata a quel punto, non viene registrata a nome del giocatore, ma su un conto gioco dell’esercente che materialmente paga la scommessa. Dopodiché rilascia un ticket che non ha alcun valore, se non quello di promemoria. A rifornire di denari veri i conti virtuali ci pensano le mafie. Basta pagare un piccolo pizzo per avere l’autorizzazione ad aprire un punto vendita con la piattaforma illegale o per ottenere, in un’agenzia legale, il sopracitato «computer pirata».

Il gioco illegale non è presente solo off-line, ma anche online. Per tentare di combattere questo fenomeno, lo Stato, con la legge numero 296 del 27 dicembre 2006, ha potuto chiudere oltre 7.000 siti illegali, ovvero, sprovvisti delle autorizzazioni necessarie per per operare. Il problema, però, è che la rete fornisce anche tutorial, non oscurati, che danno dritte su come giocare su siti illegali. Il 2017 è stato un anno record per il settore delle scommesse sportive. La raccolta dal betting italiano ha raggiunto quasi 10 miliardi di euro, mentre 8,6 miliardi sono stati tornati ai giocatori in forma di vincita. La spesa effettiva degli scommettitori è stata pari a circa 1,3 miliardi di euro. Rispetto al 2016, vi è stato un aumento del 44,5%. Le scommesse sono, dunque, il nuovo business del gambling.

Negli ultimi 10 anni, la raccolta delle scommesse sportive è triplicata. Il totale degli incassi durante il periodo in esame ha toccato 52,5 miliardi di euro, mentre la maggior parte, 42,8 miliardi, sono stati contribuiti dal calcio. Di questi, oltre 1,4 miliardi di euro sono andati all’erario. Per quel che riguarda il flusso di gioco nelle varie regioni, la Campania è la quella che detiene il maggior numero di punti vendita nella rete di raccolta scommesse, ben 2.760, pari a circa il 20% della distribuzione nella nostra penisola. Dal punto di vista statistico, una scommessa su cinque in Italia – ippica o sportiva che sia – proviene dalla Campania. Con questi numeri, non deve meravigliare che le mafie abbiano messo gli occhi addosso su questo mercato.

Da notare, infine, che lo Stato, non riuscendo a combattere il fenomeno dell’illegalità, ha già effettuato due sanatorie, una nel 2014 ed una nel 2015, ricevendo in cambio 10.000 euro per ogni abusivo.

Scommesse sportive: “Una società internazionale paga 90mila euro al mese al clan”

CASAL DI PRINCIPE. L’affare l’hanno fiutato da tempo, ma se una società ufficiale ed internazionale, benché con sede all’Estero e sportelli in tutta Italia, arriva a pagare 90mila euro al mese al clan per ottenere il monopolio allora la faccenda è più grave di quanto si possa pensare. Umberto Venosa, gola profonda dell’inchiesta sui Bidognetti, getta, in un verbale reso pochi mesi fa, inquietanti ombre sul controllo da parte del clan dei Casalesi sul mondo delle scommesse sportive. Non solo quelle illegali a quanto pare.

Dal monopolio di una nota catena fino alle corse dei cani, dal poker alle bollette: tutto gestito sull’asse Casal di Principe-San Cipriano-Castel Volturno: “Ribadisco di essere entrato nel clan dei Casalesi nell’anno 2012, nel mese di ottobre. Si può dire che ho fatto parte del clan fino all’agosto 2013 e sino alla decisione di collaborare nel maggio 2014. Dall’ottobre 2012 fino a gennaio 2013 il mio compito era quello di girare nei locali pubblici di Villa Literno, Villaggio Coppola, Castel Volturno e tutta la Domiziana e di vedere dove erano allocate le slot machine. Io raccoglievo i nomi dei collocatori e li contattavo affinchè pagassero la tangente. Sempre nelle stesse località mi occupavo degli esercizi commerciali che raccoglievano scommesse sportive su siti illegali. Intendo cioè dire che certamente non mi recavo presso i punti ufficiali ma presso gli esercizi commerciali in cui si raccoglievano le scommesse sportive ma si indirizzavano verso siti non autorizzati.

 

Voglio spiegare che in realtà sia l’attività delle slot machine che delle scommesse era riconducibile alla famiglia Schiavone sin dai tempi di Nicola Schiavone. Interessati a tale attività erano anche i fratelli Di Puorto per conto della famiglia Schiavone. Erano, anzi loro gli ideatori e mi riferisco ai fratelli Sigismondo e Salvatore Di Puorto. Il vero organizzatore era proprio Salvatore Di Puorto, poi sono subentrato io.

 

Preciso – prosegue Venosa – che uno dei business fonte dei maggiori introiti per il clan dei Casalesi, in particolare per la famiglia Schiavone e Bidognetti, è stata la gestione dei siti on line ovvero la piattaforma Dvg, le scommesse sui cani, l’installazione delle macchinette. Il clan dei Casalesi aveva preso accordi con i gestori delle società attive nel settore che si trovano a Casal di Principe, Aversa di una famosa catena e che potrei individuare. Il clan garantiva il monopolio a queste società che nel frattempo si sono espanse in tutto il territorio nazionale ed in cambio riceveva 90mila euro mensili”.