Gioco d’azzardo, serve l’autorizzazione del clan

CASAL DI PRINCIPE. Da Capua a San Cipriano da Casale a Grazzanise. Un Monopolio bis. Di un altro Stato, che impone le sue tasse con la forza di nomi che stentano ad essere sepolti da inchieste giudiziarie e sentenze. Il gioco d’azzardo, affare da sempre privilegiato della criminalità organizzata, sta diventando sempre più affare principale soprattutto tra i Casalesi.

Ai magistrati della Dda ne stanno parlando diversi pentiti qualificati. Su tutti c’è Attilio Pellegrino, vero e proprio esperto per la sua lunga militanza nel clan Zagaria. Ne ha parlato diverse volte e tante di quelle dichiarazioni sono finite anche nell’ultima inchiesta sul cartello del boss “Capastorta”, quella relativa alle infiltrazioni del clan tra Capua e Grazzanise. Proprio nella cittadina mazzoniana, secondo la Dda di Napoli,

Nella sua deposizione Pellegrino ha chiarito che “la bisca veniva finanziata da noi personalmente attraverso somme di denaro che io consegnavo direttamente a Michele Fontana detto o’ sceriffo”. Stando a quanto evidenziato dal pentito, originario di Villa di Brano, le bische sarebbero di due tipi: quelli che viene foraggiata dal clan e quelle private. Proprio quest’ultime, però, per aprire dovevano passare al vaglio dei boss.

Attilio Pellegrino

“Per aprire la bisca ci voleva l’autorizzazione del clan”. Chi perdeva, quasi sempre grosse somme, aveva due possibilità: pagare in contanti o versare un assegno a garanzia del pagamento. Il termine ultimo, ovviamente, lo decideva il clan.